Il fervore civico intorno a Pisapia è un bluff?

Se fosse per la borghesia che vagheggia di togliere il tappo “all’unica possibile ‘glocal city’ a sud delle Alpi”, come scrive rapito Alberto Statera su Repubblica, e di mandare a casa “il blocco sociale conservatore”, a Milano non ci sarebbero manco i pochi parcheggi che ci sono da un decennio. Leggi La guerra intorno a Berlusconi di Giuliano Ferrara - Leggi Borghesi milanesi, caffè al centro sociale e dopocena in salotto - Leggi la situazione politica in breve - Leggi l'Andrea's Version - Leggi Il ritorno della piazza rosa in versione "Donne per Milano" Lettori cosa ne pensate? Dite la vostra su Facebook, Twitter, Hyde Park
22 AGO 20
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Ci sarebbe ben poco di global, e anche di local, cui togliere il tappo. E’ perfettamente legittimo, per gli elettori, pensare che sarebbe meglio così. Ma da qui a credere che i beautiful people autoconvocatisi nel Comitato per il 51 (per cento, a Pisapia) di Piero Bassetti possano essere il “blocco sociale nuovo e propulsivo” per rilanciare Milano verso le dimensioni mitiche dell’Eldorado che fu, se mai lo fu, ne corre. Piero Ostellino osserva scettico e si attiene rigorosamente alle parole di Marx: “I governi delle democrazie liberali altro non sono che ‘il comitato d’affari della borghesia’. Ora a Milano si oppongono due opposti e concretissimi interessi a governare la città. Due comitati”. La verità, per Ostellino, è che a Milano va in scena la “pessima rappresentazione di uno scontro tra blocchi di potere molto più ampio”, dal cui senso e dalla cui portata i cittadini sono esclusi.
Invita a ridimensionare la mitologia del nuovo che avanza lo scrittore e giornalista economico Giancarlo Galli, che fatti e misfatti di quella borghesia milanese conosce bene: “Bassetti, la Giulia Maria Crespi, Marco Vitale… E’ la rivincita anagrafica, tolto Profumo – che però è accomunato al giro dei primi della classe dal fatto di essere un loser – di una borghesia che in quegli anni non è riuscita a realizzare il proprio progetto. E che adesso ha fiutato la possibilità di rientrare in scena, approfittando più che altro della debolezza di quell’altro blocco di potere, incarnato dall’odiata Moratti”. Per Galli quella borghesia ha abdicato da tempo a qualsiasi forza propulsiva, economica e ideologica: “La Crespi il suo Corriere, e sappiamo quale era, lo vendette e uscì di scena. Bassetti è un fanatico della programmazione, per Milano fece molto, ma quando tentò di sbarcare a Roma fallì. Vitale è un genietto della finanza, ma non è mai diventato Cuccia. C’è un certo tasso di megalomania, di astrattezza. Ora giocano alla seconda giovinezza, ma il problema è che non rappresentano nessun blocco sociale, né economico”.
E’ un vecchio dibattito della storiografia milanese, se la borghesia a Milano sia finita nel 1963, con la nazionalizzazione della Edison. Poi si sono estinti i cognomi, nelle fortune, nei luoghi di formazione del consenso. Ma anche senza prenderla alla lontana, per Galli oggi i commercianti, i costruttori, la borghesia dei danée, restano parte di un blocco sociale diverso. Mentre quello del “Comitato 51” finisce per saldarsi con la sinistra ex sessantottina, quella che subì la sua mutazione genetica negli anni di Tangentopoli. Per Galli “una borghesia che rifiuta la responsabilità, che delega, non riformista. Bassetti alla regione nel 1970, Formentini sindaco nel ’93, in fondo furono due voti separatisti, secessionisti, non nazionali”.
Un giudizio analogo lo ha Dario Fertilio, scrittore e storica firma culturale del Corriere della Sera, che gli anni dell’egemonia della borghesia progressista li ricorda bene. “Non c’è oggi un blocco sociale”, dice: “C’è una borghesia intellettuale che da anni era minoritaria, frustrata, che ora ha intravisto nella debolezza dell’avversario la possibilità di prendersi una rivincita. Ma non vedo una novità culturale, in questo, è l’antiberlusconismo, o la crisi del berlusconismo, che mette insieme borghesia, centri sociali e l’elettorato genericamente di sinistra. E’ un generico conformismo di sinistra, politicamente corretto, che per anni era stato travolto e ora riemerge”. Ma è un blocco che può avere una forza operativa? “No, assolutamente. Ma è la storia di Milano: questa borghesia è stata da sempre egemone, attraverso la sinistra. Solo nel ’94 quell’egemonia è stata scompigliata da Berlusconi, che si è imposto dando voce a un altro blocco sociale, le partite Iva, i ceti produttivi. Anche se la Moratti perdesse, è questo il blocco sociale vivo”.
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